Una figura elegante in panchina, un sussurro al momento giusto, uno sguardo che ti spiega il gioco meglio di mille lavagne: così molti ricordano Jean‑Louis Gassetl’uomo di Montpellier che ha fatto del dettaglio una poetica e del calcio una comunità.
A Montpellier il suo nome è casa
La Mosson ha visto crescere Gasset giocatore e tecnico. Ha visto un centrocampista generoso diventare un allenatore capace di leggere le partite come un romanziere legge i personaggi. In Francia, quando si parla di metodo, si cita spesso la sua scuola. Pochi proclami. Ottimo lavoro. E una cura maniacale per i fondamentali: primo controllo, tempi di smarcamento, linee di passaggio.
Le radici a Montpellier
Fu qui che prese forma la sua idea di calcio. Prima in campo, poi accanto alla panchina, sempre dentro il club e la città. Da Montpellier partì una traiettoria che lo portò al fianco di Laurent Blanc. UN Bordeauxnel 2008-2009, quel tandem firmò una Lega 1 memorabile. Con la nazionale francese, tra il 2010 e il 2012, Gasset affinò l’arte dell’equilibrio. Al PSG di Blanc, dal 2013 al 2016, la sua mano si vide nel pallet corto, nella gestione dei momenti, nella crescita dei leader. Tre campionati, coppe a raffica, e la reputazione di tecnico dei dettagli. Non un vizio. Un regista silenzioso.
Negli anni recenti aveva affrontato sfide complesse
UN Saint‑Étienne riportò ordine e identità, guidando i Verts all’Europa. UN Bordeaux affrontò la tempesta societaria senza abbandonare il campo delle idee. Con la Costa d’Avoriotra 2022 e inizio 2024, il percorso in Coppa d’Africa si interruppe prima del previsto; la federazione cambiò guida e il torneo lo vinsero poi gli Elefanti. Lui ripartì subito. “Ultima panchina pochi mesi fa”: a Marsiglianel 2024, prese l’OM in corsa e lo portò fino alle semifinali di Europa League. Notte piena al Vélodrome, contro il Benfica, rigore, cuore, disciplina. Il marchio di fabbrica.
Oggi il calcio francese saluta il suo professore
Secondo le notizie riportate da più media, Gasset è scomparso a 72 anni. Al momento non risultano note ufficiali sulle cause; in attesa di conferme formali, i messaggi di cordoglio di ex club e giocatori stanno riempiendo le cronache. È un lutto che tocca la Lega 1 e chiunque abbia respirato la sua idea di gioco. I fatti verificabili restano lì, nitidi: una carriera iniziata a Montpellieri titoli con Bordeaux e PSG al fianco di Blanc, l’esperienza con la nazionale francesei passaggi da Saint‑Étienne, Bordeaux, OMe la chiamata della Costa d’Avorio. Fonti come L’Équipe, la FFF e gli archivi della LFP documentano tappe e trofei della sua storia tecnica.
Un’eredità che va oltre il risultato
C’è un’immagine che torna in mente. Allenamento del giovedì, campo secondario, pochi presenti. Gasset ferma l’azione, chiede al terzino un metro in più dentro, al mediano mezza spalla oltre la linea. Ricomincia. La stessa giocata, tre volte. Alla quarta, tutto scorre. Non servire alzare la voce. Basta capire dove mettere quel metro. Questa era la sua scienza.
Il suo lascito non è solo negli albi d’oro. Vive nei giocatori che hanno imparato a pensare il calcio, non solo a giocarlo. Vive nei tecnici giovani che oggi parlano di “tempi”, “spazi” e “connessioni” con naturalezza. Vive a Montpellierdove ogni bambino che entra al centro sportivo sente pronunciare il suo nome come si pronuncia il nome di un vicino di casa.
Forse il modo migliore per salutarlo è tornare a guardare una partita con i suoi occhi. Cercare quel metro nascosto tra due linee, quel dettaglio che cambia la storia. Nel silenzio di una panchina vuota, cosa vedrebbe oggi Jean‑Louis Gasset? E noi, sapremmo ancora riconoscere la bellezza discreta di una squadra che si muove come una conversazione ben riuscita?

