Il commento sulla vittoria dei francesi, che si confermano campioni d’Europa
Rivince il Paris Saint-Germained è la sua seconda Champions League consecutiva. Stavolta festeggia ai rigori, al termine di due tempi regolamentari, due supplementari e due goal, quelli dell’1-1 siglato prima da Havertz e poi da Dembelé su rigore, guadagnato grazie a una delle solite, imprendibili, serpentine di Kvara.
L’esito non si discute. Mai. Il risultato nemmeno, neanche stavolta che l’epilogo è stato ai rigori e l’errore decisivo porta la firma del brasiliano Gabrieleuno dei migliori dell’Arsenal.
PARTITA NON BELLA
Va sottolineato che stavolta la finale è stata intensa ma non bellaequilibrata ma non spettacolare, ragionata ma non fiammeggiante. Non una bella partita, insomma. E non c’è nulla di male ad ammetterlo, anche se le due finaliste erano le più forti d’Europa, piene zeppe di campioni che fra poco saranno protagonisti ai Mondiali.
C’erano due italiani che giocavano questo finale. Uno per davvero ma in teoria, Calafioripartito e arrivato in panchina. Un altro “giocava” con le virgolette, cioè Donnarummache un anno fa aveva trasportato il PSG fino in finale, lavorando negli scontri diretti e riposando solo in finale. Fatto fuori da Luis Enrique per motivi obiettivamente indecifrabili, il capitano azzurro ha goduto da lontano per la roboante bocciatura di Chevalier e chissà che espressione ha fatto quando ha visto il bravo ma non bravissimo Safonov accucciato sulla trattativa ravvicinata di Havertz del vantaggio Arsenal.
Proprio il tedesco Havertz era stato la mossa a sorpresa di Arteta. Decisione indovinatissima. Preferito allo svedese Gyokeres, il titolare della stagione, Havertz si è prima esaltato nel goal figlio del contropiede, anzi nipote di “nonno contropiede”per come viene ripudiata da molti la tattica che però offre – non solo all’Arsenal – l’opportunità di variare su strategie un po’ troppo copia & incolla, in Italia come in Europa.
FORMIDABILE
Il Parigi non è stato quello dell’anno scorso. Evidente la differenza. Lampante. Quindi inevitabile confrontare l’Arsenal con l’Inter, che si era esposta alle scorribande perfino impietosite nel 5-0. Ma sarebbe ingiusto, oltre che intellettualmente scorretto, rimproverare a Simone Inzaghi la tattica senza dubbio più accorta, micidiale e cinica di Arteta. La finale stavolta ha anche avuto uno sviluppo più agevole per la squadra più debole, almeno sulla carta. E poi… debole l’Arsenal? Si fa per dire, perché i “Gunners” londinesi hanno appena sfiorato un prestigioso “Double”: Premier conquistata e Champions League sfiorata. Il doppio trionfo avrebbe ampiamente cancellato sette stagioni che facevano rima con deliri. Eterno piazzato e cosiddetto “perdente di successo” fino a un mese fa, Arteta ha aggiornato il proprio cv con un Master in Premier League, ma senza lode in Champions. Ma merita comunque una lode l’Arsenal che – accade solo lontano dall’Italia – gli ha concesso tanti anni di rincorsa, prima di arrivare ai traguardi più ambiti. Gli stessi traguardi che passa a braccia alzate il Paris di Luis Enrique, allenatore bello e visionario che conquista la sua terza Champions League. “Formidabile”, come dicono in Francia. Ma anche “Formi-double”, come avevano preparato quelli dell’Arsenal. Gli è andata male.

